Un’analisi a cura della dott.ssa Micol Pivotto e della dott.ssa Francesca Moro sull’autismo che intreccia genetica, epigenetica e ambiente, per andare oltre le letture riduttive e restituire spazio alla complessità di ogni persona nello spettro.

Autismo: uno spettro, non un’etichetta
Quattro sottotipi, uno studio su Nature Genetics
Chi lavora ogni giorno, come noi, con persone autistiche e neurodivergenti impara presto una cosa. Non esiste “un” autismo, ma tante espressioni diverse di uno stesso spettro, ciascuna fatta di una storia, di un corpo, di bisogni propri.
Per questo abbiamo guardato con grande interesse allo studio pubblicato su Nature Genetics (Litman et al., 2025), che si muove proprio in questa direzione. Leggere l’autismo con più precisione, senza appiattirlo in un’unica categoria diagnostica.
Analizzando oltre 5.000 individui con un modello statistico innovativo — il generative mixture modeling — i ricercatori hanno identificato quattro sottotipi distinti all’interno dello spettro autistico, differenziati per sviluppo sociale, linguaggio, comorbidità e profilo genetico. È un contributo prezioso, perché permette di superare l’idea di una diagnosi “unica” e avvicinarsi con più precisione alla varietà reale del funzionamento autistico.
Perchè i soli geni non bastano
Al tempo stesso, questa nuova classificazione ci sembra un invito a non fermarci ai soli geni. Ogni storia neurodivergente nasce e si sviluppa dentro un contesto — ambientale, relazionale, culturale. L’epigenetica, le esperienze precoci, la qualità dell’attaccamento, le pratiche educative e la dimensione sensoriale della vita quotidiana giocano un ruolo fondamentale nel plasmare la mente e il modo di sentire di ciascuno.
Con questo articolo vogliamo esaminare, in modo critico e costruttivo, i limiti di un approccio puramente genetico all’autismo, per proporre una lettura scientifica e insieme olistica, che consideri l’interazione tra genetica, ambiente e cultura. Le persone autistiche non sono riducibili a varianti genetiche. Sono individui la cui storia si costruisce nell’interazione continua tra predisposizioni biologiche, contesto fisico e sociale, cultura e opportunità di sviluppo.
Il nostro approccio integrato
Per chi, come noi in Frame Studio Psicologia, lavora con un approccio integrato, questo tipo di ricerca è l’occasione per far dialogare saperi diversi: valorizzare i dati genetici e neurologici e restituire pari dignità alle storie personali, ai corpi, ai legami. Non solo per una comprensione scientifica più accurata, ma per costruire interventi terapeutici e di supporto realmente su misura, capaci di accompagnare con rispetto la complessità unica di ogni persona nello spettro.
Oltre il DNA: il ruolo dell’ambiente e dell’epigenetica

Cos’è l’epigenetica e perchè conta
Ogni persona, neurotipica o neurodivergente, nasce con un patrimonio genetico generalmente stabile — salvo rare eccezioni come le mutazioni de novo — ma è il profilo epigenetico, sensibile al contesto, a modulare dinamicamente l’espressione dei geni.
La genetica è senza dubbio una componente importante, ma da sola non basta a spiegare la complessità dell’autismo. Le evidenze più recenti parlano di un’interazione dinamica tra predisposizione genetica, ambiente prenatale e postnatale e modificazioni epigenetiche.
Il concetto di epigenetica sta diventando sempre più centrale anche quando si parla di neurodiversità. L’epigenetica regola l’espressione fenotipica dei nostri geni: può essere in parte ereditata, ma è anche fortemente condizionata dall’ambiente, dalle abitudini e dalle esperienze che viviamo. La qualità delle relazioni, lo stress, l’alimentazione, i ritmi circadiani, l’inquinamento sono solo alcuni dei fattori che possono influenzare il modo in cui i nostri geni si “attivano” o restano “in silenzio”, senza modificarne la struttura.
È un po’ come se il DNA fosse una partitura musicale e l’epigenetica l’insieme dei direttori d’orchestra che decidono quando e come far suonare certi strumenti. Questi “interruttori” naturali sono particolarmente sensibili nei momenti delicati dello sviluppo: il concepimento, la gravidanza, la prima infanzia.
Cosa dicono gli studi più recenti
Esperienze precoci, stress prenatale e perinatale, stato infiammatorio cronico, esposizione a sostanze tossiche, fattori nutrizionali e relazionali possono influenzare l’attività genica attraverso meccanismi come la metilazione del DNA, le modificazioni istoniche e l’azione di RNA non codificanti.
Uno studio giapponese recente ha osservato, ad esempio, una maggiore espressione del gene RABGGTB in alcune persone autistiche, in un’area del cervello legata alla serotonina — sostanza fondamentale per regolare umore e socialità. Un gene mai associato prima all’autismo, segnale di quanto ci sia ancora da scoprire (Iwata et al., 2025). Un altro studio, condotto su un ampio campione, ha inoltre messo in relazione la metilazione del gene OXTR con la gravità dei sintomi autistici e la connettività funzionale cerebrale (Andari et al., 2020). Dati che ci ricordano che l’autismo non nasce da una sola causa, ma da un intreccio complesso tra biologia e vita.
Il limite del solo approccio genetico
Se da un lato lo studio di Litman e colleghi rappresenta un avanzamento significativo nella comprensione dell’autismo come condizione eterogenea, dall’altro riteniamo importante segnalare, con spirito costruttivo, una lacuna: l’assenza di una prospettiva epigenetica integrata nei modelli proposti.
Integrare la dimensione epigenetica significa evitare di cristallizzare una lettura rigidamente deterministica dell’autismo. L’eterogeneità fenotipica osservata nello spettro autistico non si comprende fino in fondo senza considerare come le traiettorie di sviluppo siano il risultato di un’interazione continua tra codice genetico, ambiente ed esperienza. Questo tipo di dato potrebbe aiutare a spiegare perché individui con profili genetici simili manifestino livelli di compromissione, adattamento o risposta agli interventi molto diversi tra loro. Permetterebbe inoltre di individuare le fasi di maggiore vulnerabilità o plasticità su cui costruire interventi preventivi e personalizzati.
La sfida dei prossimi anni
Crediamo che la vera sfida scientifica e clinica dei prossimi anni sia costruire modelli multidimensionali e dinamici, capaci di includere e correlare dati genetici, epigenomici e ambientali — per una comprensione realmente sistemica dell’autismo e pratiche cliniche più rispettose della complessità individuale. Il lavoro di Litman e colleghi (2025) offre una base solida, che va completata riconoscendo il ruolo di ambiente, relazione e contesto nel modulare le traiettorie neuroevolutive.
Geni, ambiente ed epigenetica: un sistema dinamico e interconnesso

Le neuroscienze dello sviluppo si stanno orientando sempre più verso modelli integrati per spiegare la variabilità neurobiologica dei disturbi del neurosviluppo, autismo incluso. In questo quadro si fa strada il concetto di “ereditarietà integrata”: un paradigma emergente che riconosce la co-esistenza e l’interazione, su più livelli, tra codice genetico, regolazione epigenetica e fattori ambientali nel definire le traiettorie dello sviluppo.
Come discusso da Herrera et al. (2024) in una recente rassegna pubblicata su Trends in Molecular Medicine, le alterazioni epigenetiche indotte da fattori genetici e ambientali possono modulare in modo significativo l’espressione dei geni associati all’ASD, contribuendo alla variabilità fenotipica osservata. Un approccio che supera la visione riduzionista della genetica come unica chiave esplicativa, per proporne una sistemica, in cui l’ambiente non è solo un fattore di rischio, ma anche un possibile modulatore adattivo, attraverso meccanismi epigenetici reversibili e legati al contesto.
Le tre dimensioni del modello di Herrera er al (2024)
Questo modello poggia su almeno tre dimensioni interdipendenti:
- Il patrimonio genetico, con varianti rare o comuni che possono incidere direttamente sul rischio di variabilità neurobiologica e sulle condizioni del neurosviluppo, inclusi i disturbi dello spettro autistico;
- Le modificazioni epigenetiche — metilazione del DNA, modifiche post-traduzionali degli istoni, azione di RNA non codificanti — meccanismi reversibili e sensibili al contesto che regolano l’espressione genica senza toccare la sequenza del DNA;
- I fattori ambientali, che agiscono in modo diretto o attraverso la modulazione epigenetica: elementi fisici, chimici, nutrizionali e psicosociali (stress, alimentazione, infezioni in gravidanza, inquinamento, equilibrio del microbiota) particolarmente incisivi nei periodi critici dello sviluppo, come la gravidanza e i primi anni di vita.
L’esposizione materna in gravidanza
L’esposizione materna a inquinanti atmosferici — in particolare al particolato fine PM2.5 — è stata associata in diversi studi epidemiologici a un aumento del rischio di ASD (Chun et al., 2020). Si tratta di particelle così piccole da attraversare la barriera placentare e raggiungere il feto, interferendo con i processi di neurogenesi e sinaptogenesi in corso, oltre ad attivare risposte infiammatorie e modificazioni epigenetiche nei tessuti in sviluppo.
Anche la nutrizione materna in gravidanza gioca un ruolo critico: carenze di micronutrienti essenziali come acido folico, vitamine del gruppo B o vitamina D sono state associate a un rischio più alto di alterazioni del neurosviluppo (Li M. et al., 2019). I folati, in particolare, sono centrali nel ciclo dei gruppi metilici usati nella metilazione del DNA, uno dei principali meccanismi epigenetici regolatori (Joubert et al., 2016; Ondičová et al., 2022).
In sintesi: l’ereditarietà integrata descrive un sistema biologico dinamico, in cui i profili neuroevolutivi emergono dall’incontro tra predisposizione genetica, segnali ambientali e plasticità epigenetica. Un incontro fondamentale da comprendere per sviluppare approcci predittivi, preventivi e terapeutici davvero efficaci.
Cosa manca ancora per una visione davvero integrata
Lo studio di Litman et al. (2025) resta un contributo prezioso per chi lavora a supporto di persone con diagnosi di autismo. Offre una mappa dettagliata delle differenze genetiche tra i vari profili dello spettro e aiuta a superare visioni troppo generalizzanti. Come spesso accade con le ricerche più avanzate, però, emergono anche alcuni limiti — non per sminuirne il valore, ma per continuare ad arricchire il dialogo scientifico.
Una prima domanda riguarda il genere: lo studio non riporta la distribuzione del campione da questo punto di vista. Sappiamo oggi che l’autismo femminile tende a presentarsi in forme più sottili e relazionali, spesso mascherate da strategie di adattamento o da una maggiore competenza verbale. Si tratta di un fenomeno che richiede strumenti di lettura diversi, capaci di cogliere segnali meno evidenti ma altrettanto significativi.
La sottodiagnosi femminile
Lo studio di Stroth et al. (2022) mostra come il campione femminile ASD tenda a presentare meno comportamenti ripetitivi rispetto a quello maschile. La rassegna di Hull et al. (2020) approfondisce il Female Autism Phenotype e il fenomeno del camouflaging, la capacità di molte donne autistiche di mascherare o compensare i propri tratti per apparire più vicine alla norma neurotipica.
Elementi che spiegano perché il rischio di sottodiagnosi nelle donne resti alto, e per cui riteniamo prioritario portare più attenzione sul fenotipo femminile, per non costruire modelli diagnostici e di intervento che finiscano per escludere parte della popolazione autistica.
Mancano inoltre, nello studio, dati su fattori che sappiamo essere determinanti: status socioeconomico, contesto familiare, qualità delle cure precoci, alimentazione, esposizione a inquinanti, esperienze traumatiche. Questi sono tutti elementi che, pur senza modificare il DNA, incidono in profondità sull’espressione genica e sul percorso evolutivo di ciascuno.
Alcuni dei sottotipi individuati, infine, sembrano sovrapporsi a condizioni in comorbidità come ADHD o depressione maggiore più che a tratti specificamente autistici — un punto che apre interrogativi interessanti sull’effettiva utilità clinica di questi sottotipi. E resta, come limite più rilevante, l’assenza di dati epigenetici: dati che riteniamo indispensabili per capire come i geni si esprimono concretamente, e perché lo stesso codice genetico possa dare esiti tanto diversi a seconda delle esperienze vissute.
Verso un modello integrato

Crediamo che la classificazione fenotipica proposta da Litman e colleghi rappresenti un passo avanti importante nella comprensione della variabilità clinica dell’autismo.
Riteniamo tuttavia che i prossimi passi della ricerca debbano muoversi verso un’integrazione più ampia, utile non solo per interventi mirati ma anche in ottica di prevenzione.
Ascoltare davvero la complessità di una persona significa non poter prescindere dalle sue origini. Le storie prenatali e perinatali, spesso trascurate, sono in realtà snodi fondamentali dello sviluppo neurobiologico. Stress materno, infezioni, complicanze ostetriche non sono semplici eventi clinici, ma condizioni capaci di lasciare tracce epigenetiche nei momenti più plastici dello sviluppo.
Anche ciò che respiriamo, mangiamo, impariamo fin dai primi giorni modella il sistema nervoso in modi che solo oggi iniziamo a comprendere davvero. I grandi database longitudinali ci permettono di osservare come questo dialogo tra geni, ambiente e storia personale evolva nel tempo — offrendo la chiave per interventi non solo “curativi”, ma davvero trasformativi.
Solo uno sguardo sistemico, capace di tenere insieme biologia, relazione, ambiente e storia, può superare l’approccio riduzionista e frammentato che ancora spesso caratterizza la lettura dell’autismo.
Una medicina di precisione nutrita da una visione integrata e umana può diventare lo strumento per onorare l’unicità di ogni percorso evolutivo, con risposte realmente personalizzate.
Neuroscienze, epigenetica e relazione: verso una nuova clinica dello sviluppo

Verso modelli integrati e multilivello
Le traiettorie attuali della ricerca in neuroscienze dello sviluppo convergono verso modelli integrativi e multilivello, capaci di mettere in relazione dimensioni genetiche, epigenetiche, ambientali, fisiologiche, relazionali e culturali. In questo scenario si afferma un approccio orientato alla costruzione di profili individuali di rischio e resilienza, da cui derivare interventi personalizzati ed efficaci.
Questo sguardo supera la logica categoriale tradizionale e riconosce la neurodiversità come espressione di uno sviluppo complesso e dinamico, in cui componenti biologiche e ambientali si intrecciano fin dalle primissime fasi di vita. L’identificazione precoce di biomarcatori molecolari e fisiologici — variazioni nella metilazione del DNA, pattern neurofunzionali, indici di regolazione autonomica — resta una delle sfide principali per le scienze cliniche dello sviluppo.
Un contributo centrale in questa direzione arriva dalla teoria polivagale (Porges, 2011), che descrive la struttura gerarchica del sistema nervoso autonomo e il ruolo del complesso vagale ventrale nella regolazione affettiva e sociale. Secondo questo modello, le esperienze relazionali precoci — di sicurezza, o al contrario di esposizione a minacce — influenzano lo sviluppo neurofisiologico attraverso meccanismi adattativi che possono tradursi in modificazioni epigenetiche stabili.
Una rilettura critica della teoria polivagale
In questa direzione va anche l’articolo scientifico che ho avuto l’onore di pubblicare insieme ad Andrea Manzotti, Cristina Panisi e colleghi (Manzotti, Panisi, Pivotto et al., 2023), che propone una rilettura critica della teoria polivagale alla luce delle evidenze più recenti in neuroscienze, embriologia, epigenetica e psicologia, evidenziandone punti di forza e limiti a 25 anni dalla sua formulazione. Il lavoro suggerisce come la regolazione vagale — dalla vita intrauterina all’età adulta — sia parte di una rete più ampia di meccanismi biologici adattativi, in dialogo costante con l’ambiente e con l’esperienza relazionale.
Osservazioni che rafforzano un’idea per noi centrale: comprendere e intervenire efficacemente nei disturbi del neurosviluppo richiede di considerare l’interazione tra sistemi biologici regolatori e contesto esperienziale, con una prospettiva realmente ecologica e transdisciplinare — la stessa che proviamo a portare ogni giorno nel nostro lavoro clinico in Frame Studio Psicologia, anche accompagnando italiani all’estero che chiedono il nostro supporto.
Conclusioni: verso una comprensione integrata dello spettro autistico

Lo studio pubblicato su Nature Genetics (Litman et al., 2025) è un contributo decisivo: dimostra che è possibile identificare sottotipi clinico-genetici coerenti, associati a traiettorie fenotipiche e profili molecolari distinti — con implicazioni concrete per la diagnosi precoce, la predittività degli esiti e la costruzione di interventi personalizzati.
Resta però evidente che la sola prospettiva genetica non basta a cogliere l’intera complessità dell’autismo, una configurazione neuroevolutiva multidimensionale in cui si intrecciano fattori genetici, ambientali, relazionali, culturali ed epigenetici.
L’epigenetica come ponte tra genoma e ambiente
In questo quadro, l’epigenetica funziona come un ponte dinamico tra genoma e ambiente: la relazione precoce caregiver-bambino, lo stile di vita familiare, l’alimentazione, il livello di stress psicosociale, l’esposizione a fattori tossici ambientali sono tutti elementi in grado di influenzare l’epigenoma e, di conseguenza, lo sviluppo del sistema nervoso autonomo.
Affrontare la complessità dello spettro autistico richiede, secondo noi, una prospettiva davvero transdisciplinare, capace di superare le semplificazioni categoriali e valorizzare la variabilità tra le persone. Un modello che connetta interazioni precoci, ambiente intrauterino e meccanismi epigenetici permette una lettura più realistica dello sviluppo neurobiologico — in linea con gli studi più recenti sulla regolazione vagale come componente della plasticità adattiva del sistema nervoso autonomo (Manzotti, Panisi, Pivotto et al., 2023).
La sfida, per la ricerca come per la clinica, è evitare derive deterministiche continuando a integrare dati genetici, epigenetici, fisiologici, ambientali e relazionali, per restituire allo studio dell’autismo la sua complessità ecologica e dinamica. La genetica offre la struttura di base; sono l’epigenetica, l’ambiente e l’esperienza a modulare il percorso, tracciando l’evoluzione unica di ogni persona lungo lo spettro.
Prevenzione e interventi precoci
Interventi preventivi come il caregiving sensibile, la promozione della salute prenatale e pratiche educative rispettose possono preparare il terreno per strategie precoci e mirate, capaci di sostenere il benessere psicofisico lungo tutto l’arco dello sviluppo.
Per genitori, educatori, clinici e ricercatori, questo significa:
- superare le dicotomie rigide (autistico vs. non autistico);
- riconoscere la diversità dei profili di funzionamento;
- promuovere interventi personalizzati e centrati sulla persona;
- sostenere politiche sanitarie, educative e sociali realmente inclusive, basate sull’evidenza e attente alla qualità della vita.
Dalla mappa genetica alla narrazione dello sviluppo
La genetica può tracciare la mappa, ma è l’epigenetica a scrivere il viaggio. Per passare da una mappa statica a una narrazione dello sviluppo serve uno sguardo scientificamente solido, ma aperto alla possibilità di cambiamento, adattamento e crescita — lo sguardo che proviamo a portare, ogni giorno, nel nostro lavoro clinico in Frame Studio Psicologia.
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Fonti principali
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- Chun, H. K., Leung, C., Wen, S. W., McDonald, J., & Shin, H. H. (2020). Maternal exposure to air pollution and risk of autism in children: A systematic review and meta-analysis. Environmental Pollution, 256, 113307
- Herrera, M. L., Paraíso-Luna, J., Bustos-Martínez, I., & Barco, Á. (2024). Targeting epigenetic dysregulation in autism spectrum disorders. Trends in Molecular Medicine, 30(4), 299–312
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