Sensorialità e alessitimia: quando il confine tra ADHD nelle donne e autismo si fa molto sottile

ADHD donne o autismo
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Perché tante donne che riconoscono in sé una sensorialità amplificata e una difficoltà a esprimere le proprie emozioni non sono “solo” ADHD e perché vale la pena guardare anche all’autismo e all’AuDHD

donna che danza

Un mondo che entra “a volume troppo alto”

Entrano donne per scoprire chi sono: esploriamo i funzionamenti, ADHD, autismo e AuDHD. C’è un momento, nei colloqui con le nostre pazienti con funzionamento neurodivergente, che si ripete quasi identico da anni. Arriva quasi sempre dopo che ci siamo lasciate alle spalle la parte più “tecnica” del colloquio, quella in cui parliamo di disattenzione, organizzazione, memoria di lavoro e tanto altro. Dopo questo, iniziamo ad addentrarci nei dettagli della vita, nel modo in cui si vive ed esperisce, da sempre. Raccontano di essersi messe a piangere per un cane investito sulla strada o di un animale predato in un documentario e, al contempo, che al funerale del nonno non sono riuscite a versare neanche una lacrima e che ancora oggi se ne vergognano.

Queste modalità di sentire, sono una delle chiavi più interessanti e meno raccontate della sensibilità nelle persone neurodivergenti: una sensorialità amplificata che convive con una relazione tutt’altro che lineare con le proprie emozioni. All’inizio della nostra esperienza clinica lo interpretavamo come un tratto di personalità isolato in ciascuna paziente. Poi, sentendolo raccontare da donne diversissime tra loro, abbiamo iniziato a cercarne le basi nella letteratura scientifica, trovandole.

Di cosa stiamo parlando?

Nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5), l’iper- o iporeattività agli stimoli sensoriali è un criterio diagnostico esplicito per l’autismo, inserito tra i comportamenti ristretti e ripetitivi.

Nei criteri diagnostici dell’ADHD, la sensorialità non compare in nessun punto: l’ADHD si definisce esclusivamente su disattenzione, iperattività e impulsività.

Anche l’alessitimia, ovvero la difficoltà a identificare, distinguere e descrivere le proprie emozioni, segue lo stesso schema. È vero che è più frequente negli adulti ADHD rispetto alla popolazione generale (circa il 40% contro il 10%), ma nell’autismo la sua presenza è ancora più marcata e più costante negli studi: una ricerca su 190 adulti autistici seguiti in un servizio clinico specialistico ha rilevato tratti alessitimici clinicamente significativi nel 66,3% del campione.

Questo significa che se una donna si riconosce fortemente e pervasivamente in una sensorialità amplificata e in una difficoltà cronica a nominare le proprie emozioni, la spiegazione più completa, spesso, è una condizione di AuDHD: la compresenza di autismo e ADHD nella stessa donna.

L’AuDHD, per lungo tempo impossibile da diagnosticare formalmente (il DSM ha permesso la doppia diagnosi solo dal 2013), oggi viene riconosciuto con stime di comorbidità molto elevate nei campioni clinici. E come per l’ADHD, anche l’autismo nelle donne è stato storicamente sottodiagnosticato: entrambe le condizioni sono state per decenni considerate “disturbi maschili”, con un rapporto diagnostico di circa 4 a 1 a sfavore delle donne, oggi in progressiva revisione.

Per questo, da qui in avanti, distinguerò con più precisione cosa la ricerca attribuisce specificamente all’ADHD e cosa, invece, appartiene più propriamente al quadro autistico o alla loro compresenza.

sento tutto troppo, eppure non riesco a piangere quando dovrei” o “mi commuovo per un cane sconosciuto, ma di fronte a una brutta notizia mi viene da ridere“.

Proviamo a scomporre, uno per uno, questi aspetti

Donna che cammina sola sui binari, spesso è come ci si sente quando si fa diagnosi autismo, ADHD e AuDHD

Sensory Processing Sensitivity: un tratto più autistico che ADHD?

La ricerca ha documentato un legame reale tra ADHD e un tratto chiamato Sensory Processing Sensitivity (sensibilità di elaborazione sensoriale, SPS): una maggiore reattività a stimoli sensoriali (rumori, luci, texture, odori) combinata a un’elaborazione emotiva e sociale più intensa della media.

Uno studio su 274 adulti ha trovato una correlazione fortemente significativa tra numero di tratti ADHD autoriferiti e livello di sensibilità sensoriale. Un altro studio, che ha confrontato un piccolo gruppo con diagnosi ADHD autoriferita a un gruppo senza diagnosi, ha rilevato punteggi di SPS significativamente più alti nel primo gruppo, con una dimensione dell’effetto ampia. Ricerche sulla sensibilità tattile nell’ADHD adulto, condotte tramite potenziali evocati somatosensoriali, hanno confermato una sensibilità tattile soggettiva più alta rispetto ai controlli.

Ma è bene essere chiari sulla natura di questo legame: si tratta di una correlazione tra tratti dimensionali, non di una percentuale netta di persone ADHD che “hanno” questa caratteristica e soprattutto non è un criterio diagnostico dell’ADHD. Nell’autismo, invece, la sensorialità alterata è un criterio diagnostico formale — il che significa che, quando questo aspetto è marcato e pervasivo, è clinicamente più corretto interrogarsi anche sulla presenza di tratti autistici, non fermarsi alla sola ipotesi ADHD.

Nella vita quotidiana, questa iper-reattività sensoriale si traduce spesso in:

  • Fastidio marcato per etichette dei vestiti, cuciture, tessuti sintetici;
  • Ipersensibilità a rumori di fondo che risultano impossibili da “filtrare”;
  • Reazioni intense a luci troppo forti o ambienti sovraffollati, con conseguente affaticamento e necessità di ritirarsi;
  • Difficoltà con determinate consistenze o sapori del cibo.

Iperempatia e immedesimazione: quando il confine tra sé e l’altro si assottiglia

Un altro aspetto che sentiamo raccontare con grande frequenza è una forma di empatia affettiva particolarmente intensa, descritta spesso come “sentire le emozioni altrui in modo quasi fisico”.

La letteratura distingue tra due componenti dell’empatia:

  • Empatia cognitiva: la capacità di comprendere razionalmente il punto di vista e lo stato mentale dell’altro;
  • Empatia affettiva: la capacità di “risuonare” emotivamente con ciò che l’altro sta provando.

L’iperempatia affettiva è spesso un’arma a doppio taglio: da un lato alimenta una capacità di connessione profonda e una sensibilità artistica fuori dal comune; dall’altro può portare a un esaurimento emotivo significativo, quando l’assorbimento nelle emozioni altrui diventa incontrollabile. È in questo quadro che si inserisce un fenomeno molto specifico: l’immedesimazione totale in un personaggio di un libro, in una scena di un film, o in un animale visto per strada, al punto da provare un dolore o una gioia quasi personali di fronte a storie che, razionalmente, non riguardano affatto chi le vive. Abbiamo imparato a leggere questa forma di iper-assorbimento emotivo come l’estremità più intensa dello spettro dell’empatia affettiva, spesso unita alla tendenza all’iperfocus, un tratto, questo sì, più specificamente ADHD.

Viso con pelle screpolata, l'alessitimia è la discordanza tra l'intensità emotiva interna e la risposta effettivamente espressa

Alessitimia: più frequente nell’autismo, presente anche nell’ADHD

Come accennato, l’alessitimia — la difficoltà a identificare, distinguere e descrivere le proprie emozioni — è documentata in entrambe le condizioni, ma con pesi diversi:

  • Popolazione generale: prevalenza intorno al 10%;
  • Adulti ADHD: stime tra il 20% e il 44%, con convergenza intorno al 40% (uno studio specifico su 100 adulti ADHD ha rilevato il 41,5%, con un legame diretto tra alessitimia e tratti impulsivi);
  • Adulti autistici: prevalenza ancora più elevata, fino al 66,3% in un campione clinico specialistico, con un’associazione diretta anche con le differenze di elaborazione sensoriale — le due caratteristiche, cioè, si rinforzano a vicenda nello stesso quadro clinico.

La prima volta che ho messo questi tre numeri in fila, ho capito perché tante pazienti che arrivavano da noi convinte di essere “solo” ADHD femminile particolarmente intenso, uscivano da un approfondimento diagnostico più ampio con un quadro di AuDHD: la combinazione di sensorialità marcata e alessitimia pervasiva è, semplicemente, un segnale più coerente con la presenza di tratti autistici che l’ADHD da sola.

Il paradosso emotivo: non riuscire a piangere e ridere di fronte al pericolo

C’è un aspetto ancora più difficile da comprendere, anche per le donne che lo vivono in prima persona, ed è la discordanza tra l’intensità emotiva interna e la risposta effettivamente espressa.

Non è raro che una donna con questo profilo:

  • Si commuova profondamente per la sofferenza di un animale sconosciuto o per una scena cinematografica, ma non riesca a piangere in un momento personale di dolore reale, in cui “dovrebbe” farlo;
  • Risponda con una risata, una battuta o un apparente distacco proprio nei momenti di pericolo, paura o forte tensione, generando incomprensione, imbarazzo o giudizio in chi le sta accanto e, spesso, un profondo senso di colpa in lei stessa.

La letteratura scientifica offre almeno tre chiavi di lettura complementari, valide sia per l’ADHD sia per l’autismo, anche se con meccanismi in parte diversi.

Volto nascosto, la difficoltà di capire nelle valutazioni femminili

1. Disregolazione emotiva primaria

Nell’ADHD è stata documentata una ridotta capacità delle aree prefrontali di modulare l’attivazione dell’amigdala, la struttura cerebrale coinvolta nella risposta emotiva rapida. Questo meccanismo — che spiego spesso alle pazienti come “il controllo del volume delle emozioni che si inceppa”, non produce solo reazioni sopra le righe, ma anche risposte disallineate rispetto al contesto: il sistema di regolazione non riesce a produrre l’emozione “attesa” nel momento in cui sarebbe socialmente richiesta.

2. Alessitimia

Quando non si riesce a “etichettare” con chiarezza ciò che si sta provando in un dato momento, come accade, con frequenze diverse, sia nell’ADHD sia (più spesso) nell’autismo e soprattutto nelle donne, diventa più difficile anche esprimerlo nella forma socialmente attesa: l’emozione può allora manifestarsi in una forma diversa da quella prevista, per esempio una risata nervosa al posto del pianto.

3. Attivazione neurovegetativa alterata

Alcune ricerche che hanno misurato la conduttanza cutanea (un indicatore dell’attivazione del sistema nervoso autonomo) in persone ADHD, hanno rilevato pattern di reattività allo stress differenti rispetto ai gruppi di controllo, spesso in stretta interazione con i tratti alessitimici. Questo suggerisce che la risposta fisiologica automatica al pericolo o allo stress può letteralmente disallinearsi dalla risposta emotiva soggettiva e dalla sua espressione osservabile.

In parole semplici, il tuo corpo e la tua mente possono andare in direzioni opposte: la pelle “sente” lo stress e fa scattare l’allarme fisiologico, ma la mente non registra l’emozione o la esprime in modo del tutto diverso da come ci si aspetterebbe.

La conduttanza cutanea misura la micro-sudorazione della pelle: quando il sistema nervoso autonomo si attiva per uno stress o un pericolo, le mani sudano e la pelle conduce più elettricità.

Un esempio pratico

Stai presentando un progetto importante davanti al tuo capo e ai colleghi. Il capo ti fa una critica inattesa.

  • Cosa fa il tuo corpo (fisiologia automatica): Il sistema nervoso rileva una minaccia. Le ascelle e il palmo delle mani sudano (la conduttanza cutanea aumenta), il cuore accelera. La reazione d’allarme è scattata a mille.
  • Cosa registra la tua mente (risposta emotiva soggettiva): A causa dei tratti alessitimici e del disallineamento, la tua mente non recepisce la sensazione di “ansia” o “paura”. Se qualcuno ti chiedesse “Sei agitato/a?”, risponderesti sinceramente “No, sto benissimo”.
  • Cosa vedono gli altri (espressione osservabile): Invece di apparire preoccupato/a o di difenderti, sorridi, fai una battuta fuori luogo o appari completamente distaccato ed etereo.

Il risultato: Il tuo corpo sta vivendo un’emergenza da “attacco o fuga”, ma tu dentro ti senti “vuoto” o distaccato, e all’esterno sembri freddo, inappropriato o disinteressato. Il corpo ha premuto l’acceleratore, ma il volante emotivo non risponde.

Il nostro approccio: la traiettoria di sviluppo prima dell’etichetta

Ho usato, in questo articolo, i criteri del DSM-5 per essere precisa: dire con chiarezza cosa è formalmente attribuito all’autismo e cosa all’ADHD serve a fare ordine e chiarezza. Ma è altrettanto importante dire come, in Studio Frame, usiamo questi criteri nella pratica clinica e nelle valutazioni ADHD e autismo con le donne.

Vale la pena ricordare, a questo proposito, un punto che consideriamo centrale nel nostro modo di lavorare: l’ADHD è tuttora un disturbo poco conosciuto nella sua interezza, molto più di quanto si pensi. I suoi criteri diagnostici ufficiali si fermano a disattenzione, iperattività e impulsività, mentre la ricerca, penso in particolare al lavoro di Russell Barkley sulla disregolazione emotiva come componente centrale e non accessoria, dell’ADHD, documenta da anni una serie di aspetti (regolazione emotiva, sensorialità, motivazione legata all’interesse) che gli strumenti standardizzati più diffusi non misurano affatto. Ne parliamo più diffusamente nell’articolo dedicato alla diagnosi.

Quando i tratti dimensionali si scontrano con le categorie diagnostiche

Le categorie diagnostiche nascono per la ricerca e per la comunicazione tra professionisti, hanno bisogno di soglie nette per essere misurabili. Ma la sensorialità, l’empatia, la regolazione emotiva non si distribuiscono nella vita reale in compartimenti stagni: sono tratti dimensionali, che una persona porta con sé lungo tutta la propria traiettoria di sviluppo, spesso ben prima che qualcuno trovi le parole giuste per nominarli.

Crediamo fermamente che le neurodivergenze siano aree che si toccano tra loro, che si sovrappongono lungo bordi sfumati più che lungo linee di confine nette. È proprio per questo che, di fronte a un profilo come quello descritto in questo articolo, a volte diventa oggettivamente difficile, anche per un occhio clinico esperto, stabilire con certezza se ci troviamo di fronte a ADHD, autismo o alla loro compresenza: la realtà clinica delle persone raramente rispetta con precisione i confini netti che i manuali diagnostici sono costretti a tracciare per poter funzionare come strumenti condivisi.

Nelle donne, questa sovrapposizione è ancora più lampante. Il mascheramento sociale, la socializzazione a osservare e imitare, la maggiore pressione a “funzionare” nonostante la fatica interna: sono tutti fattori che rendono i confini tra ADHD, autismo e altre forme di neurodivergenza ancora meno netti di quanto già non lo siano di per sé e che spiegano perché così tante diagnosi femminili arrivino tardi, parziali o inizialmente sbagliate. È un motivo in più, nella nostra esperienza, per non fermarsi alla prima etichetta che sembra “quasi giusta”.

La domanda che mi guida in valutazione non è quindi “rientra nel criterio A o nel criterio B”, ma “come si è evoluto questo funzionamento nella storia di questa persona e cosa le serve oggi per stare meglio”?

Perché questo profilo merita attenzione clinica

Sensorialità amplificata, iperempatia e alessitimia sono parte integrante del funzionamento neurobiologico delle neurodivergenze, che si tratti di ADHD, autismo o AuDHD in uomini e donne e hanno un impatto diretto su:

  • Il livello di affaticamento quotidiano, dovuto al costante sovraccarico sensoriale ed emotivo;
  • La qualità delle relazioni interpersonali, quando le risposte emotive incongrue vengono fraintese da chi sta accanto;
  • L’autostima, quando la persona interpreta questi vissuti come una propria mancanza piuttosto che come una caratteristica neurobiologica;
  • L’accuratezza della diagnosi stessa, dal momento che fermarsi alla sola ipotesi ADHD, quando questi tratti sono marcati e pervasivi, rischia di lasciare fuori quadro una componente autistica altrettanto rilevante.

Per questi motivi, nel nostro lavoro clinico, proponiamo sempre un approfondimento che non si limiti all’ADHD, ma consideri l’intero spettro della neurodivergenza. Un percorso costruito su questa base aiuta a costruire strategie molto più mirate: dal riconoscimento precoce del sovraccarico sensoriale, a tecniche di regolazione emotiva calibrate sul funzionamento specifico della persona, fino a un lavoro sull’alessitimia per imparare a riconoscere e nominare le proprie emozioni prima che diventino ingestibili.

Se ti riconosci fortemente in questa descrizione — se la sensorialità amplificata e la difficoltà a esprimere le emozioni sono per te aspetti centrali, non occasionali — vale la pena parlarne con un professionista che sappia valutare non solo l’ADHD, ma anche l’autismo e la loro possibile compresenza.

Questa dimensione sensoriale ed emotiva è solo una parte del profilo neurodivergente femminile: altrettanto importante è capire perché l’ADHD e l’autismo nelle donne, arrivi spesso a una diagnosi tardiva o resti sotto la soglia clinica. Ne parliamo nell’articolo ADHD femminile: perché tante donne restano sotto la soglia diagnostica.

Domande frequenti sulle neurodivergenze femminili

Domande frequenti su sensorialità, alessitimia, ADHD e autismo

La sensorialità amplificata è un sintomo di ADHD o di autismo? Formalmente, è un criterio diagnostico dell’autismo (DSM-5), non dell’ADHD. Esiste comunque una correlazione documentata tra ADHD e sensibilità sensoriale elevata, ma quando questo aspetto è centrale e pervasivo è opportuno valutare anche la presenza di tratti autistici.

Cos’è l’AuDHD? È il termine usato per indicare la compresenza di autismo e ADHD nella stessa persona. Fino al 2013 il DSM non permetteva la doppia diagnosi; oggi le stime di comorbidità nei campioni clinici variano ampiamente, tra il 30% e l’80% a seconda dello studio e della metodologia.

Perché l’alessitimia è più comune nell’autismo che nell’ADHD? Non è del tutto chiaro dal punto di vista causale, ma gli studi mostrano prevalenze più alte e più costanti nei campioni di persone autistiche (fino al 66% in alcuni studi clinici) rispetto ai campioni ADHD (circa il 40%), con un legame diretto anche alle differenze di elaborazione sensoriale tipiche dell’autismo.

Nelle donne, la sensorialità amplificata e l’alessitimia si manifestano in modo diverso rispetto agli uomini? 

Non nella natura del tratto in sé, ma nel modo in cui viene vissuto e riconosciuto. Le donne tendono a sviluppare più strategie di mascheramento — trattenere reazioni sensoriali intense in pubblico, imitare le risposte emotive “attese” osservando le altre — che rendono questi vissuti meno visibili dall’esterno, ma non meno faticosi internamente. Questo, insieme al fatto che sia l’ADHD sia l’autismo sono stati storicamente riconosciuti soprattutto in campioni maschili, spiega perché tante donne arrivino a dare un nome a queste esperienze solo in età adulta.

Se mi riconosco molto in questi tratti, significa che sono autistico e non ADHD? Non necessariamente: potresti essere ADHD con una sensibilità sensoriale ed emotiva elevata, autismo isolato, oppure un quadro di AuDHD. Solo una valutazione clinica approfondita, che consideri entrambe le condizioni, può chiarirlo.

Se mi riconosco molto in questi tratti, significa che sono autistico e non ADHD? Non necessariamente: potresti essere ADHD con una sensibilità sensoriale ed emotiva elevata, autismo isolato, oppure un quadro di AuDHD. Solo una valutazione clinica approfondita, che consideri entrambe le condizioni, può chiarirlo.

Perché una persona con questo profilo può ridere o apparire distaccata in un momento di pericolo o paura? Perché il sistema di regolazione emotiva, quando è alterato — per ragioni legate all’ADHD, all’autismo o a entrambi — può non produrre la risposta “attesa” nel momento richiesto dal contesto, facendo emergere invece una reazione apparentemente incongrua. Non riflette assenza di emozione, ma una difficoltà a sincronizzarne l’espressione.

Fonti scientifiche principali

  • The relationship between sensory processing sensitivity and attention deficit hyperactivity disorder traits: A spectrum approach, ScienceDirect/PubMed.
  • Sensory processing sensitivity and the association with ADHD traits, and ADHD-related strengths in the general population, ScienceDirect.
  • Altered somatosensory processing in adult attention deficit hyperactivity disorder, PMC.
  • Autism diagnostic criteria: DSM-5, Autism Speaks / CDC — criterio della iper/iporeattività sensoriale come criterio diagnostico dell’autismo.
  • Alexithymia in Adult Autism Clinic Service-Users: Relationships with Sensory Processing Differences and Mental Health, PMC — prevalenza 66,3% in campione clinico autistico.
  • ADHD And Alexithymia: When Emotions Are Hard to Identify, SimplyPsychology.
  • Alexithymia and ADHD: The Most Common Overlappings, Neurodivergent Insights — inclusi i dati di Kiraz et al., 2021 (41,5% su 100 adulti ADHD).
  • The Sudden Rise of AuDHD: Coexistence of ADHD and Autism, Behavioral Innovations — stime di comorbidità 30-80%.
  • Raising the voices of AuDHD women and girls: exploring the co-occurring conditions of autism and ADHD, Taylor & Francis Online.
  • Being Autistic and having ADHD as a Female, Attwood & Garnett Events — dati su sottodiagnosi storica di ADHD e autismo nelle donne.
  • ADHD Emotional Dysregulation: Managing Intense Emotions, ADDA – Attention Deficit Disorder Association.
  • Alexithymia as a Predictor of Arousal and Affect Dysregulations when Batterers with Attention Deficit Hyperactivity Disorder Cope with Acute Stress, PMC.